venerdì 12 dicembre 2008
Conoscenza e sviluppo
Il Rwanda ha avviato un insieme di politiche fondate sul sostegno all'istruzione e alla ricerca. Ne parla Pietro Greco nell'articolo a cui si accede cliccando sul titolo di questo post. Un articolo interessante, sia perchè mette in evidenza come sia possibile parlare di Africa non soltanto in termini catastrofistici, sia perchè rende evidente il rapporto che c'è tra sviluppo sociale e crescita economica da un lato e crescita del capitale di conoscenza disponibile dall'altro.
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venerdì 5 dicembre 2008
10 categorie per pensare le città del XXI secolo
Il 3 e il 4 dicembre si è tenuto a Roma il convegno “Urbs 2008”, al centro del quale si trovava lo sguardo degli architetti sulle trasformazioni urbane e sulle politiche di gestione della città. Nonostante la presenza del sociologo Zygmund Bauman tra i main speakers, la maggior parte delle presentazioni avevano come punto di vista principale quello degli architetti o quello degli amministratori coinvolti in iniziative di trasformazione, recupero e ricostruzione di aree urbane.
Alcuni elementi interessanti, rispetto alla questione dello sviluppo urbano sostenibili, sono stati presentati dall'architetto spagnolo Vicente Guallart (www.Guallart.com). Si tratta in particolare di 8 categorie che dovrebbero guidare lo sviluppo delle città nel ventunesimo secolo. Non mi sembra che queste categorie costituiscano un sistema coerente (alcune presentano evidenti sovrapposizioni le une con le altre), nè un insieme di indicazioni totalmente condivisibili. Tuttavia, esse possono costituire uno stimolo per ripensare alla città e un elenco di problemi da non dimenticare.
1 - “Metaurbano”(metaurbanidad): la dimensione urbana non ha più a che vedere soltanto con la città nella sua forma tradizionale; nel mondo contemporaneo si deve render conto del fatto che la dimensione urbana spesso si trova in condizioni di assenza della “forma urbana” (es. America latina, Asia)
2 - “Sociale” (social) o, meglio, specificità sociale: città e quartieri non sono occupati da una categoria generale e indefinita di abitante o di persona, ma sono abitati e vissuti da persone concrete; non è quindi possibile guardare a un “formato” universale o a categorie progettuali valide per ogni occasione, ma si devono considere le domande e le esigenze esistenti nello specifico contesto delle donne e degli uomini che occupano/occuperanno gli insediamenti
3 - “Rurbano”: in misura crescente la dimensione urbana che si mescola con quella rurale, le città contemporanee non soltanto non sono più cinte da mura, ma spesso non sono neanche situate in uno spazio “confinato”; esse, piuttosto, incontrano terreni agricoli e paesaggi extraurbani e devono allo stesso tempo “occuparli” e “tutelarli”
4 - Autosuficienza: esiste una crescente necessità (rispetto alla quale esistono anche possibilità effettive) che gli insediamenti generino/rigenerino le risorse che usano, sia di carattere materiale che di carattere immateriale (acqua, alimenti, conoscenza, ...)
5 - Interazione: una dimensione fondamentale degli insediamenti è quella di spazi di interazione; lo spazio dovrebbe quindi essere progettato e gestito per favorire forme di interazione e integrazione sociale, anche attraverso una specifica attenzione alla dotazione di servizi e alla loro gestione quotidiana
6 - Energia: la crisi ambientale e quella relativa all'accesso alle fonti energetiche convenzionali rendono evidente la necessità che gli insediamenti generino l'energia che consumano; a differenza di quanto è avvenuto per tutto il secolo XX, in cui si è praticata una “delocalizzazione” della produzione energetica, si dovrebbero quindi esplorare le possibilità di produzione energetica in loco (es. solare e eolico integrati negli edifici)
7 - Qualità architettonica: una città effettivamente abitabile richiede edifici che siano di buona qualità, costruiti applicando ad ogni scala e non solo per gli edifici pubblici e monumentali una buona architettura e generando nuovo “patrimonio” (con le conseguenze che questo ha in termini di identificazione e integrazione degli spazi)
8 - Condivisione (compartir / sharing): nello spazio fisico è possibile perseguire una diminuzione della necessità di risorse, favorendone l'utilizzazione condivisa; questo richiede l'integrazione negli edifici e nei quartieri di spazi privati e spazi comuni dotati di servizi e attrezzature condivise (es. centri tecnologici, laboratori, lavanderie, ecc.)
9 - Digitalizzazione: la diffusione delle tecnologie digitali non può restare fuori dalla progettazione e dalla gestione degli insediamenti; la digitalizzazione può assumere una pluralità di forme da quella di “case intelligenti”, alla diffusione di reti a fibra ottica, dei sistemi wi-fi e di reti locali
10 - Autosufficienza e autogestione; architettura e urbanistica hanno spesso fatto a meno di pensare ai costi e alla dimensione economica come una dimensione rilevante, esiste invece la necessità di pensare a come creare quartieri e edifici che siano economicamente sostenibili e a come integrare attività economiche all'interno delle aree e dei luoghi di abitazione
Contrariamente a quanto potrebbe suggerire il senso comune queste categorie non rappresentano soltanto dei principi astratti, ma possono essere tradotte in indicazioni operative per la progettazione. Un esempio di questo sono alcune esperienze in atto in tutto il mondo, tra le quali quelle – in cui lo stesso Guallart è direttamente coinvolto – di “Sociopolis” e di alcuni nuovi quartieri di edilizia pubblica a Valencia.
Alcuni elementi interessanti, rispetto alla questione dello sviluppo urbano sostenibili, sono stati presentati dall'architetto spagnolo Vicente Guallart (www.Guallart.com). Si tratta in particolare di 8 categorie che dovrebbero guidare lo sviluppo delle città nel ventunesimo secolo. Non mi sembra che queste categorie costituiscano un sistema coerente (alcune presentano evidenti sovrapposizioni le une con le altre), nè un insieme di indicazioni totalmente condivisibili. Tuttavia, esse possono costituire uno stimolo per ripensare alla città e un elenco di problemi da non dimenticare.
1 - “Metaurbano”(metaurbanidad): la dimensione urbana non ha più a che vedere soltanto con la città nella sua forma tradizionale; nel mondo contemporaneo si deve render conto del fatto che la dimensione urbana spesso si trova in condizioni di assenza della “forma urbana” (es. America latina, Asia)
2 - “Sociale” (social) o, meglio, specificità sociale: città e quartieri non sono occupati da una categoria generale e indefinita di abitante o di persona, ma sono abitati e vissuti da persone concrete; non è quindi possibile guardare a un “formato” universale o a categorie progettuali valide per ogni occasione, ma si devono considere le domande e le esigenze esistenti nello specifico contesto delle donne e degli uomini che occupano/occuperanno gli insediamenti
3 - “Rurbano”: in misura crescente la dimensione urbana che si mescola con quella rurale, le città contemporanee non soltanto non sono più cinte da mura, ma spesso non sono neanche situate in uno spazio “confinato”; esse, piuttosto, incontrano terreni agricoli e paesaggi extraurbani e devono allo stesso tempo “occuparli” e “tutelarli”
4 - Autosuficienza: esiste una crescente necessità (rispetto alla quale esistono anche possibilità effettive) che gli insediamenti generino/rigenerino le risorse che usano, sia di carattere materiale che di carattere immateriale (acqua, alimenti, conoscenza, ...)
5 - Interazione: una dimensione fondamentale degli insediamenti è quella di spazi di interazione; lo spazio dovrebbe quindi essere progettato e gestito per favorire forme di interazione e integrazione sociale, anche attraverso una specifica attenzione alla dotazione di servizi e alla loro gestione quotidiana
6 - Energia: la crisi ambientale e quella relativa all'accesso alle fonti energetiche convenzionali rendono evidente la necessità che gli insediamenti generino l'energia che consumano; a differenza di quanto è avvenuto per tutto il secolo XX, in cui si è praticata una “delocalizzazione” della produzione energetica, si dovrebbero quindi esplorare le possibilità di produzione energetica in loco (es. solare e eolico integrati negli edifici)
7 - Qualità architettonica: una città effettivamente abitabile richiede edifici che siano di buona qualità, costruiti applicando ad ogni scala e non solo per gli edifici pubblici e monumentali una buona architettura e generando nuovo “patrimonio” (con le conseguenze che questo ha in termini di identificazione e integrazione degli spazi)
8 - Condivisione (compartir / sharing): nello spazio fisico è possibile perseguire una diminuzione della necessità di risorse, favorendone l'utilizzazione condivisa; questo richiede l'integrazione negli edifici e nei quartieri di spazi privati e spazi comuni dotati di servizi e attrezzature condivise (es. centri tecnologici, laboratori, lavanderie, ecc.)
9 - Digitalizzazione: la diffusione delle tecnologie digitali non può restare fuori dalla progettazione e dalla gestione degli insediamenti; la digitalizzazione può assumere una pluralità di forme da quella di “case intelligenti”, alla diffusione di reti a fibra ottica, dei sistemi wi-fi e di reti locali
10 - Autosufficienza e autogestione; architettura e urbanistica hanno spesso fatto a meno di pensare ai costi e alla dimensione economica come una dimensione rilevante, esiste invece la necessità di pensare a come creare quartieri e edifici che siano economicamente sostenibili e a come integrare attività economiche all'interno delle aree e dei luoghi di abitazione
Contrariamente a quanto potrebbe suggerire il senso comune queste categorie non rappresentano soltanto dei principi astratti, ma possono essere tradotte in indicazioni operative per la progettazione. Un esempio di questo sono alcune esperienze in atto in tutto il mondo, tra le quali quelle – in cui lo stesso Guallart è direttamente coinvolto – di “Sociopolis” e di alcuni nuovi quartieri di edilizia pubblica a Valencia.
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venerdì 21 novembre 2008
Sviluppo urbano sostenibile
Nel 1996, nel Summit sugli insediamenti umani di Istambul, finalmente, la lunga tradizione che vedeva nella città tutto il male della modernità ha subito un serio colpo. Nelle organizzazioni internazionali, negli enti di ricerca e persino tra le organizzazioni della società civile si è in quel momento riconosciuta, forse per la prima volta, la positività dell’esperienza urbana moderna e il fatto che le città erano anche lo scenario in cui avvenivano processi legati alla mobilità sociale, alla lotta alla malattie o alla tutela dei diritti.
Dopo oltre 10 anni, sebbene la maggior parte della popolazione del pianeta sia urbana o stia urbanizzandosi, una visione positiva della città appare meno scontata e meno diffusa.
Da un lato, si sono rafforzati alcuni degli attori che nella modernità vedono un regno diabolico, caratterizzato dal relativismo e dalla crisi dei valori (ma nessuno ricorda più che i valori sono determinati socialmente e non ce ne sono di universali nel tempo e nello spazio?). Dall’altro, sono emersi con maggiore evidenza i problemi dello sviluppo sostenibile e degli stessi processi di sviluppo sociale ed economico che erano in una certa misura dati per scontati alla metà del decennio passato. Questo ha comportato, se non un ripensamento circa il ruolo delle città, almeno il fatto che fosse prestata una minore attenzione ai processi di sviluppo che le riguardano.
Riprendere con maggiore intensità la ricerca urbana sembrerebbe quindi una questione rilevante non soltanto dal punto di vista accademico. La ricerca appare un’esigenza non eliminabile per migliorare la gestione delle aree in cui vive più della metà della popolazione del pianeta. Potrebbero essere identificate 4 aree o quattro percorsi sui quali la ricerca appare particolarmente urgente.
La vivibilità urbana
La prima area di fenomeni può essere definita a partire dalla categoria di vivibilità urbana, che potrebbe in una certa misura essere considerato il prodotto dei venti anni di riflessione e di ricerca che, al livello internazionale, hanno seguito le prime formulazioni del concetto e delle teorie della sostenibilità. Quest’area ha al suo centro la capacità di una città di mantenere in modo dinamico nel tempo condizioni tali da creare e alimentare spazi e insediamenti, che offrano un’alta (o quantomeno adeguata) qualità di vita, con la capacità di rimanere efficienti sul lungo termine, in quanto strutture adatte all’interazione sociale, alla comunicazione e allo sviluppo culturale.
Alla vivibilità urbana non contribuisce quindi soltanto il mantenimento delle risorse ambientali (acqua, aria, suolo, ecc.), ma anche la capacità di accoglienza e integrazione di una popolazione sempre più eterogenea, la generazione di una partecipazione allargata al governo urbano e una adeguata governance dei processi in atto, la presenza e il mantenimento di iniziative di investimento e reinvestimento economico, la dinamicità della produzione scientifica, tecnologica e culturale, nonché quali sono i benefici e i costi dell’agglomerazione urbana.
I diritti alla città
Una seconda dimensione rilevante riguarda il rapporto esistente tra i processi di sviluppo urbano e l’affermazione dei diritti dei cittadini.
Nella Agenda stabilita nel Summit sugli insediamenti urbani di Istanbul era stato affermato il principio di un conseguimento progressivo del diritto a un alloggio adeguato. Si dovrebbe, quindi, cercare di capire come e in che misura tale diritto (che può essere facilmente ri-definito nei dermini di un diritto alla vivibilità urbana) sia stato reso effettivo.
In questo quadro, in particolare, ci si concentrerà sulle modalità attraverso le quali i diritti alla città sono stati definiti e messi in atto, sui fattori di ostacolo incontrati nell’esercizio di tali diritti e sui fattori che invece ne hanno sostenuto l’applicazione.
Le opzioni per il governo urbano
Un’altra dimensione dello sviluppo sostenibile può essere identificata in relazione alle opzioni possibili per la governance delle città in funzione del conseguimento di una maggiore sostenibilità. Tali opzioni possono essere individuate rispetto ai diversi livelli territoriali e ai diversi attori identificati nel contesto dei processi che interessano la città.
Si tratta, quindi, di individuare linee guida relative a opportunità e possibilità di azione al livello micro (zone interne alle città), al livello meso (il governo delle singole città) e al livello macro (la dimensione nazionale, regionale e globale).
In questo quadro appaiono rilevanti anche i processi di aggregazione tra città diverse, sia nell’ambito di uno stesso contesto geografico (reti regionali), sia nell’ambito globale e in funzione di altri tipi di legami (vincoli economici e commerciali, vincoli culturali, caratteristiche strutturali, ecc.).
Infine, in questo ambito si adotterà anche una prospettiva comparativa, cercando di mettere a confronto le indicazioni emergenti dalle esperienze dei paesi che nel corso dell’ultimo decennio hanno acquisito le più rapide dinamiche di crescita economica (e in parte di sviluppo sociale) con le necessità e le opportunità presenti in paesi caratterizzati da una minore dinamicità dei processi di sviluppo.
Le opzioni e i processi di innovazione tecnologica
Un’ultima prospettiva rilevante è relativa ai processi di innovazione tecnologica. A questo proposito appaiono rilevanti i processi e le opportunità in corso secondo due punti di vista complementari.
Il primo è quello relativo all’identificazione di opzioni tecnologiche appropriate rispetto ai problemi della sostenibilità e della vivibilità urbana (efficacia delle tecnologie).
Il secondo potrebbe essere orientato a prendere in esame i processi di innovazione in senso stretto, considerando in particolare tre insiemi di dinamiche:
- l’interazione tra i diversi soggetti coinvolti nello sviluppo e nell’applicazione delle tecnologie;
- la socializzazione delle innovazioni (vale a dire il fatto che attorno a un sistema di tecnologie si produca un sistema di conoscenze, rappresentazioni, norme e condizioni sociali che ne consente un effettivo trasferimento, in particolare tra mondo della ricerca e mondo delle imprese e/o policy-makers);
- le condizioni economiche e tecnologiche per l’introduzione delle nuove tecnologie.
Dopo oltre 10 anni, sebbene la maggior parte della popolazione del pianeta sia urbana o stia urbanizzandosi, una visione positiva della città appare meno scontata e meno diffusa.
Da un lato, si sono rafforzati alcuni degli attori che nella modernità vedono un regno diabolico, caratterizzato dal relativismo e dalla crisi dei valori (ma nessuno ricorda più che i valori sono determinati socialmente e non ce ne sono di universali nel tempo e nello spazio?). Dall’altro, sono emersi con maggiore evidenza i problemi dello sviluppo sostenibile e degli stessi processi di sviluppo sociale ed economico che erano in una certa misura dati per scontati alla metà del decennio passato. Questo ha comportato, se non un ripensamento circa il ruolo delle città, almeno il fatto che fosse prestata una minore attenzione ai processi di sviluppo che le riguardano.
Riprendere con maggiore intensità la ricerca urbana sembrerebbe quindi una questione rilevante non soltanto dal punto di vista accademico. La ricerca appare un’esigenza non eliminabile per migliorare la gestione delle aree in cui vive più della metà della popolazione del pianeta. Potrebbero essere identificate 4 aree o quattro percorsi sui quali la ricerca appare particolarmente urgente.
La vivibilità urbana
La prima area di fenomeni può essere definita a partire dalla categoria di vivibilità urbana, che potrebbe in una certa misura essere considerato il prodotto dei venti anni di riflessione e di ricerca che, al livello internazionale, hanno seguito le prime formulazioni del concetto e delle teorie della sostenibilità. Quest’area ha al suo centro la capacità di una città di mantenere in modo dinamico nel tempo condizioni tali da creare e alimentare spazi e insediamenti, che offrano un’alta (o quantomeno adeguata) qualità di vita, con la capacità di rimanere efficienti sul lungo termine, in quanto strutture adatte all’interazione sociale, alla comunicazione e allo sviluppo culturale.
Alla vivibilità urbana non contribuisce quindi soltanto il mantenimento delle risorse ambientali (acqua, aria, suolo, ecc.), ma anche la capacità di accoglienza e integrazione di una popolazione sempre più eterogenea, la generazione di una partecipazione allargata al governo urbano e una adeguata governance dei processi in atto, la presenza e il mantenimento di iniziative di investimento e reinvestimento economico, la dinamicità della produzione scientifica, tecnologica e culturale, nonché quali sono i benefici e i costi dell’agglomerazione urbana.
I diritti alla città
Una seconda dimensione rilevante riguarda il rapporto esistente tra i processi di sviluppo urbano e l’affermazione dei diritti dei cittadini.
Nella Agenda stabilita nel Summit sugli insediamenti urbani di Istanbul era stato affermato il principio di un conseguimento progressivo del diritto a un alloggio adeguato. Si dovrebbe, quindi, cercare di capire come e in che misura tale diritto (che può essere facilmente ri-definito nei dermini di un diritto alla vivibilità urbana) sia stato reso effettivo.
In questo quadro, in particolare, ci si concentrerà sulle modalità attraverso le quali i diritti alla città sono stati definiti e messi in atto, sui fattori di ostacolo incontrati nell’esercizio di tali diritti e sui fattori che invece ne hanno sostenuto l’applicazione.
Le opzioni per il governo urbano
Un’altra dimensione dello sviluppo sostenibile può essere identificata in relazione alle opzioni possibili per la governance delle città in funzione del conseguimento di una maggiore sostenibilità. Tali opzioni possono essere individuate rispetto ai diversi livelli territoriali e ai diversi attori identificati nel contesto dei processi che interessano la città.
Si tratta, quindi, di individuare linee guida relative a opportunità e possibilità di azione al livello micro (zone interne alle città), al livello meso (il governo delle singole città) e al livello macro (la dimensione nazionale, regionale e globale).
In questo quadro appaiono rilevanti anche i processi di aggregazione tra città diverse, sia nell’ambito di uno stesso contesto geografico (reti regionali), sia nell’ambito globale e in funzione di altri tipi di legami (vincoli economici e commerciali, vincoli culturali, caratteristiche strutturali, ecc.).
Infine, in questo ambito si adotterà anche una prospettiva comparativa, cercando di mettere a confronto le indicazioni emergenti dalle esperienze dei paesi che nel corso dell’ultimo decennio hanno acquisito le più rapide dinamiche di crescita economica (e in parte di sviluppo sociale) con le necessità e le opportunità presenti in paesi caratterizzati da una minore dinamicità dei processi di sviluppo.
Le opzioni e i processi di innovazione tecnologica
Un’ultima prospettiva rilevante è relativa ai processi di innovazione tecnologica. A questo proposito appaiono rilevanti i processi e le opportunità in corso secondo due punti di vista complementari.
Il primo è quello relativo all’identificazione di opzioni tecnologiche appropriate rispetto ai problemi della sostenibilità e della vivibilità urbana (efficacia delle tecnologie).
Il secondo potrebbe essere orientato a prendere in esame i processi di innovazione in senso stretto, considerando in particolare tre insiemi di dinamiche:
- l’interazione tra i diversi soggetti coinvolti nello sviluppo e nell’applicazione delle tecnologie;
- la socializzazione delle innovazioni (vale a dire il fatto che attorno a un sistema di tecnologie si produca un sistema di conoscenze, rappresentazioni, norme e condizioni sociali che ne consente un effettivo trasferimento, in particolare tra mondo della ricerca e mondo delle imprese e/o policy-makers);
- le condizioni economiche e tecnologiche per l’introduzione delle nuove tecnologie.
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lunedì 10 novembre 2008
Nairobi

Qualche foto dopo una breve missione a Nairobi.
In questi giorni la città era piena di eccitazione per l'elezione di Barak Obama, ma era anche l'ospite del summit africano sul conflitto in Congo e piena di altri eventi internazionali. Al contrario di quanto potrebbe suggerire un certo senso comune sulle città africane, Nairobi è sempre stata una città molto movimentata e indaffarata, piena di traffico, di industrie e di banche, di enti internazionali e con una società civile attiva e diversificata.
Negli ultimi anni però sono avvenuti alcuni cambiamenti che sono stati quasi occultati dall'attenzione prevalente verso le catastrofi africane: in pochi anni è avvenuta una vera e propria rivoluzione politica, che ha comportato trasformazioni importanti nel funzionamento delle istituzioni e nel loro rapporto con la società e che ha anche permesso di intraprendere percorsi inediti nelle politiche urbane. Anche se con problemi che sono rimasti irrisolti, con lentezze, con fenomeni di blocco e con il permanere di squilibri, a Nairobi questo ha favorito una diminuzione almeno relativa della sensazione di paura che era diffusa anche solo pochi anni fa.
Nei prossimi giorni, a commento di queste foto vorrei scrivere due post: uno su scienza, tecnologia e innovazione, l'altro su alcune questioni connesse alla possibilità di conseguire lo sviluppo urbano sostenibile.
mercoledì 29 ottobre 2008
Diamo la caccia al gattopardo!
No, non propongo di andare a fare un safari al Kruger Park.
Si tratta, invece, di prendere sul serio la necessità di migliorare la qualità della scuola italiana, e di dare avvio ad azioni concrete. Penso che questo sia in questo momento l’unico modo efficace di evitare la catastrofe che potrebbe portare con sé il decreto Gelmini, ormai legge. E di quelle altre che potrebbero essere comportate dall’approvazione della Legge Aprea.
La catastrofe che può essere provocata da queste leggi non è soltanto nella riduzione delle risorse, nella diminuzione del numero di insegnanti, nel fatto che le ore di insegnamento diminuiscono o nel fatto che i “privati” accedano al governo e al finanziamento delle scuole. E’ anche nella possibilità che nulla accada: che non si lavori al miglioramento della qualità, che la responsabilità dei diversi soggetti coinvolti non aumenti, che gli stessi privati che si vogliono coinvolgere si mantengano lontani dalle istituzioni scolastiche (d’altra parte, se volessero partecipare al miglioramento delle scuole, non sarebbe poi così difficile neanche ora: le scuole – come gli altri enti pubblici - possono promuovere già iniziative in partnership con enti privati).
Il finto mutamento, quello del Gattopardo, è forse il maggior pericolo che corriamo: cambia tutto, ma la qualità non migliora, anzi peggiora ma nessuno ne parla più perché non è più in agenda: non i politici (ormai la legge è fatta), non i giornalisti (non si parla di ciò che non si vede: parlare di qualità è parlare di qualcosa invisibile), non i sindacati (magari il governo troverà il modo di “non licenziare”, ma senza qualificare la scuola) e neanche i genitori e gli studenti (perché un modo per adattarsi in Italia si trova sempre).
Una possibilità per promuovere il mutamento potrebbe essere quella di mobilitarsi per dimostrare che la “qualità” è possibile. Si può far riferimento a esperienze che nel corso degli ultimi due decenni sono state attuate in molti paesi del mondo in diversi settori, da quello dei servizi urbani a quello della sanità.
Un modo per farlo potrebbe essere tradotto in una procedura come la seguente:
- l’identificazione dei problemi esistenti, attraverso la consultazione di tutti i soggetti coinvolti (docenti, genitori, studenti, tecnici, amministrativi, dirigenti);
- l’identificazione delle modalità attraverso le quali in altre situazioni, in Italia e in altri paesi, i problemi sono stati affrontati e risolti;
- la definizione, con il consenso di tutte le parti in causa, di proposte di soluzione basate sulle esperienze precedenti;
- la realizzazione effettiva delle proposte, in un tempo limitato, a titolo sperimentale;
- il monitoraggio e la registrazione di ciò che accade;
- l’assunzione di una decisione, ancora una volta compartita, rispetto alla possibilità di trasformare la modalità di gestione sperimentata in una forma permanente di gestione dei servizi.
Si tratta, invece, di prendere sul serio la necessità di migliorare la qualità della scuola italiana, e di dare avvio ad azioni concrete. Penso che questo sia in questo momento l’unico modo efficace di evitare la catastrofe che potrebbe portare con sé il decreto Gelmini, ormai legge. E di quelle altre che potrebbero essere comportate dall’approvazione della Legge Aprea.
La catastrofe che può essere provocata da queste leggi non è soltanto nella riduzione delle risorse, nella diminuzione del numero di insegnanti, nel fatto che le ore di insegnamento diminuiscono o nel fatto che i “privati” accedano al governo e al finanziamento delle scuole. E’ anche nella possibilità che nulla accada: che non si lavori al miglioramento della qualità, che la responsabilità dei diversi soggetti coinvolti non aumenti, che gli stessi privati che si vogliono coinvolgere si mantengano lontani dalle istituzioni scolastiche (d’altra parte, se volessero partecipare al miglioramento delle scuole, non sarebbe poi così difficile neanche ora: le scuole – come gli altri enti pubblici - possono promuovere già iniziative in partnership con enti privati).
Il finto mutamento, quello del Gattopardo, è forse il maggior pericolo che corriamo: cambia tutto, ma la qualità non migliora, anzi peggiora ma nessuno ne parla più perché non è più in agenda: non i politici (ormai la legge è fatta), non i giornalisti (non si parla di ciò che non si vede: parlare di qualità è parlare di qualcosa invisibile), non i sindacati (magari il governo troverà il modo di “non licenziare”, ma senza qualificare la scuola) e neanche i genitori e gli studenti (perché un modo per adattarsi in Italia si trova sempre).
Una possibilità per promuovere il mutamento potrebbe essere quella di mobilitarsi per dimostrare che la “qualità” è possibile. Si può far riferimento a esperienze che nel corso degli ultimi due decenni sono state attuate in molti paesi del mondo in diversi settori, da quello dei servizi urbani a quello della sanità.
Un modo per farlo potrebbe essere tradotto in una procedura come la seguente:
- l’identificazione dei problemi esistenti, attraverso la consultazione di tutti i soggetti coinvolti (docenti, genitori, studenti, tecnici, amministrativi, dirigenti);
- l’identificazione delle modalità attraverso le quali in altre situazioni, in Italia e in altri paesi, i problemi sono stati affrontati e risolti;
- la definizione, con il consenso di tutte le parti in causa, di proposte di soluzione basate sulle esperienze precedenti;
- la realizzazione effettiva delle proposte, in un tempo limitato, a titolo sperimentale;
- il monitoraggio e la registrazione di ciò che accade;
- l’assunzione di una decisione, ancora una volta compartita, rispetto alla possibilità di trasformare la modalità di gestione sperimentata in una forma permanente di gestione dei servizi.
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Visibile e concreto
Come spesso accade nelle riforme italiane, anche nei mutamenti proposti dal Decreto Gelmini si trovano diversi orientamenti.
Uno è quello gattopardesco. Si propone un cambiamento che non cambia nulla nella realtà delle cose: se il problema è la bassa qualità dell’insegnamento è abbastanza evidente che tale bassa qualità non si migliora riducendo gli orari di insegnamento, le opportunità di collaborazione tra i docenti, la formazione richiesta ai docenti stessi e le risorse di cui essi dispongono. Una scuola caratterizzata dalla mancanza di standard di qualità continua a esserne priva; una scuola in cui un problema centrale è la mancanza di continuità didattica continua a non rendere “definitivi” gli insegnanti; una scuola in cui non esiste nessun effettivo sistema di selezione degli insegnanti continua ad esser priva di strumenti di selezione e di valutazione.
Un secondo orientamento è quello di proporre modifiche che sembrano concrete, ma che sono nella realtà astratte, con una evidente confusione tra “visibilità” e concretezza.
I tagli al bilancio, la diminuzione del numero complessivo degli insegnanti, la istituzione della “maestra prevalente” (secondo la nuova formulazione, che però “stranamente” non è stata riportata in nessun concreto emendamento al Decreto Gelmini) sono azioni visibili, ma rischiano di non essere azioni concrete. Di fatto, il Decreto non prevede tempi realistici di attuazione e tanto meno prevede una determinazione delle proposte tale da indirizzare realmente le norme attuative che dovranno essere definite. La stessa riduzione delle risorse disponibili rischia di essere visibile ma non concreta in un paese in cui la norma è quella di sfondare i tetti di spesa (e in cui il Presidente del Consiglio in carica è uno specialista nel produrre nuove spese, magari per rispondere in modo “visibile” a urgenze non considerate nella programmazione.
Un terzo orientamento che si può rilevare è quello che potrebbe essere definito “economicista”. Non è un caso che al decreto abbiano lavorato (forse più del Ministro Gelmini) i Ministri Brunetta e Tremonti: del secondo non c’è neanche bisogno di parlare (la finanza pubblica creativa per risolvere i problemi della crisi dello stato basta a definire il suo approccio), del secondo forse occorre considerare il fatto che le sue proposte sembrano fondate su un approccio all’economia del lavoro sviluppato soprattutto in relazione alla produzione industriale di tipo tradizionale, in cui conoscenze, orientamenti e, più in generale, tutto ciò che non si vede non contano.
Peccato che la scuola e i servizi pubblici siano ambiti nei quali gran parte dei fattori in gioco non si vedono: non è sufficiente che un impiegato pubblico sieda dietro la sua scrivania perché la macchina pubblica funzioni (anzi, negli ultimi due decenni abbiamo spesso osservato come, spesso, per far funzionare un apparato privo di risorse i funzionari abbiano spesso dovuto uscire dai loro uffici, andando direttamente a incontrarne altri, sorpassando le catene burocratiche e gerarchiche o andando a “vedere” cosa avviene realmente nel territorio), così come non basta che un professore lavori nell’orario scolastico: ci si mai chiesti come e quando si preparano le lezioni o come e quando si correggono i lavori degli studenti? O si pensa che si possa fare tutto in classe, proprio come fanno i peggiori tra i professori delle scuole italiane che riducono la lezione alla lettura ad alta voce del libro di testo e alla “chiarificazione” degli eventuali punti del testo che non sono stati compresi dagli alunni?
Non è un caso che invece di iniziare a determinare standard relativi alla prestazione dei servizi si sia cominciato con azioni riguardanti il rispetto degli orari.
Dietro l’approccio adottato dal Decreto Gelmini c’è una conoscenza molto sommaria e una gran voglia di “visibilità”.
Forse allora a questa voglia di visibilità si potrebbe rispondere con la pratica della concretezza, che potrebbe essere fondata sulla realizzazione di iniziative di sperimentazione in cui i problemi realmente esistenti (e osservati da diversi punti di vista dai diversi soggetti presenti nella scuola) sono realmente affrontati alla ricerca di soluzioni praticabili e sostenibili.
Uno è quello gattopardesco. Si propone un cambiamento che non cambia nulla nella realtà delle cose: se il problema è la bassa qualità dell’insegnamento è abbastanza evidente che tale bassa qualità non si migliora riducendo gli orari di insegnamento, le opportunità di collaborazione tra i docenti, la formazione richiesta ai docenti stessi e le risorse di cui essi dispongono. Una scuola caratterizzata dalla mancanza di standard di qualità continua a esserne priva; una scuola in cui un problema centrale è la mancanza di continuità didattica continua a non rendere “definitivi” gli insegnanti; una scuola in cui non esiste nessun effettivo sistema di selezione degli insegnanti continua ad esser priva di strumenti di selezione e di valutazione.
Un secondo orientamento è quello di proporre modifiche che sembrano concrete, ma che sono nella realtà astratte, con una evidente confusione tra “visibilità” e concretezza.
I tagli al bilancio, la diminuzione del numero complessivo degli insegnanti, la istituzione della “maestra prevalente” (secondo la nuova formulazione, che però “stranamente” non è stata riportata in nessun concreto emendamento al Decreto Gelmini) sono azioni visibili, ma rischiano di non essere azioni concrete. Di fatto, il Decreto non prevede tempi realistici di attuazione e tanto meno prevede una determinazione delle proposte tale da indirizzare realmente le norme attuative che dovranno essere definite. La stessa riduzione delle risorse disponibili rischia di essere visibile ma non concreta in un paese in cui la norma è quella di sfondare i tetti di spesa (e in cui il Presidente del Consiglio in carica è uno specialista nel produrre nuove spese, magari per rispondere in modo “visibile” a urgenze non considerate nella programmazione.
Un terzo orientamento che si può rilevare è quello che potrebbe essere definito “economicista”. Non è un caso che al decreto abbiano lavorato (forse più del Ministro Gelmini) i Ministri Brunetta e Tremonti: del secondo non c’è neanche bisogno di parlare (la finanza pubblica creativa per risolvere i problemi della crisi dello stato basta a definire il suo approccio), del secondo forse occorre considerare il fatto che le sue proposte sembrano fondate su un approccio all’economia del lavoro sviluppato soprattutto in relazione alla produzione industriale di tipo tradizionale, in cui conoscenze, orientamenti e, più in generale, tutto ciò che non si vede non contano.
Peccato che la scuola e i servizi pubblici siano ambiti nei quali gran parte dei fattori in gioco non si vedono: non è sufficiente che un impiegato pubblico sieda dietro la sua scrivania perché la macchina pubblica funzioni (anzi, negli ultimi due decenni abbiamo spesso osservato come, spesso, per far funzionare un apparato privo di risorse i funzionari abbiano spesso dovuto uscire dai loro uffici, andando direttamente a incontrarne altri, sorpassando le catene burocratiche e gerarchiche o andando a “vedere” cosa avviene realmente nel territorio), così come non basta che un professore lavori nell’orario scolastico: ci si mai chiesti come e quando si preparano le lezioni o come e quando si correggono i lavori degli studenti? O si pensa che si possa fare tutto in classe, proprio come fanno i peggiori tra i professori delle scuole italiane che riducono la lezione alla lettura ad alta voce del libro di testo e alla “chiarificazione” degli eventuali punti del testo che non sono stati compresi dagli alunni?
Non è un caso che invece di iniziare a determinare standard relativi alla prestazione dei servizi si sia cominciato con azioni riguardanti il rispetto degli orari.
Dietro l’approccio adottato dal Decreto Gelmini c’è una conoscenza molto sommaria e una gran voglia di “visibilità”.
Forse allora a questa voglia di visibilità si potrebbe rispondere con la pratica della concretezza, che potrebbe essere fondata sulla realizzazione di iniziative di sperimentazione in cui i problemi realmente esistenti (e osservati da diversi punti di vista dai diversi soggetti presenti nella scuola) sono realmente affrontati alla ricerca di soluzioni praticabili e sostenibili.
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mercoledì 22 ottobre 2008
In nome della paura
Dal Manifesto, un'intervista al filosofo del diritto Luigi Ferrajoli sulla paura, il diritto penale e le politiche della sicurezza. Il fenomeno del "populismo penale", che promuove il diritto minimo per i ricchi e i potenti, e un diritto repressivo per i poveri, i marginali e i «devianti».
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